Non è compito del sindacato proporre nuovi modelli di società. Se avessi sentito questa frase dal panettiere sotto casa, mi sarei fatta una risata e me ne sarei andata, con le mie pagnotte nel sacchetto. Averla sentita ad un Direttivo Regionale invece mi impone una riflessione.

Qual è il compito del sindacato? La tutela dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, il miglioramento delle loro condizioni di lavoro e la tutela delle loro condizioni psicofisiche. Così risponderebbe anche mio figlio di sei anni.

Ma negli ultimi 30 anni la storia sindacale è una storia di difesa, non sempre riuscita, di ciò che i nostri padri e le nostre madri, lottando, scioperando, manifestando hanno conquistato per noi.

Una lotta che hanno pagato con mesi di sacrifici, chi con lo stipendio ridotto all’osso per le tante giornate di sciopero, chi perdendo il lavoro, proprio a causa dell’impegno sindacale. Una lotta che è stata però possibile proprio perché i giovani di fine anni 60/inizio anni 70 avevano ben chiaro un nuovo modello sociale: il mondo stava cambiando e le relazioni tra capitale e lavoro dovevano cambiare di conseguenza.

La sostituzione del valore del lavoro con quello della rendita finanziaria, l’uso del PIL come unico indice di misurazione della ricchezza, l’uso spregiudicato e irresponsabile che le attività antropiche fanno delle risorse naturali: questi sono solo alcuni degli errori commessi da chi gestisce il potere economico-finanziario che hanno causato l’involuzione che sta vivendo la società attuale. Sono gli stessi attori che hanno causato la crisi economica, gli stessi che non stanno facendo nulla per risolverla, gli stessi che hanno tutto l’interesse a non andare avanti, anzi: a tornare indietro. Il lavoro non è un valore, è un costo: va eliminato l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. I contratti nazionali limitano l’attività imprenditoriale: ecco l’art. 8 della manovra finanziaria che permette di derogare. Ma non basta ancora: un grande gruppo industriale non può proprio essere imbrigliato nei contratti nazionali, e FIAT esce da Confindustria.

Questo hanno prodotto anni di sindacato in difesa. Ma se adesso invece si ricominciasse a giocare all’attacco? Se si credesse veramente nella necessità del cambiamento e si proponesse sul serio un nuovo modello sociale?

Non basta più difendere i diritti dei lavoratori, perché dove non c’è lavoro non ci sono più i lavoratori. E allora basta con fabbriche che producono anacronisticamente auto con motori a benzina di 3000cc che non comprerà nessuno, il cui impatto ambientale è contro ogni logica di economia sostenibile. Basta tagliare le risorse alla ricerca e all’istruzione perché significa tagliare i fondi al nostro futuro e a quello dei nostri figli. Basta usare la parola “politica” attribuendole un senso dispregiativo, quando in realtà il suo significato è quanto di più nobile possa svolgere l’uomo: l’arte di governare la società, di gestire il bene comune. Cominciamo a parlare di buona politica e di cattiva politica, di partecipazione diretta del cittadino alla gestione della “cosa pubblica”. Eliminiamo la distanza abissale che si è creata negli ultimi anni tra governo e governati. Ma, soprattutto, cominciamo a dare il buon esempio nel sindacato, all’interno delle fabbriche, degli uffici, di tutti i  luoghi di lavoro: cominciamo a parlare di buon sindacato e cattivo sindacato, eliminiamo la distanza tra rappresentati e rappresentanti, facciamo tornare la speranza di un futuro migliore,  possibile solo con la collaborazione di tutti.

E se questo vuol dire proporre un nuovo modello sociale, allora sì: è compito anche del sindacato!

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