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L’Italia ha compiuto 150 anni in questi giorni.
Ai più saggi appare chiaro che vi sia ben poco da festeggiare, a meno che questo evento non costituisca un valido energizzante per una società civile stancamente adagiata sul suo comodo divano di pregiudizi, quello da cui è solita osservare il mondo.

Uno di questi pregiudizi, ormai divenuto opinione dominante, vedrebbe il settore privato,  come l’unico  capace di produrre un circolo virtuoso, da incoraggiare e ampliare a dismisura, mentre il settore pubblico capace di produrre unicamente un circolo vizioso, da circoscrivere il più possibile, nell’attesa della sua inevitabile ed auspicabile scomparsa.
Sulla base di una simile legittimazione ideologia, ancora tutta da dimostrare,  si è insistito su quel processo di privatizzazione degli spazi pubblici che, negli ultimi vent’anni, ha portato alla dismissione di proprietà pubblica, tra cui le grandi aziende pubbliche (di cui il Paese poteva andare fiero), ai privati per una cifra pari a circa 191 miliardi di euro.

E’ sulla base di un simile pregiudizio, il privato come toccasana di tutti i mali, che si vorrebbe togliere anche la gestione dell’acqua al pubblico per trasferirle alle grandi multinazionali, consentendo loro di profitti sicuri e abbondanti, ovvero un rendimento  certo, pagato da tutti noi, sottoforma di un aumento in bolletta, del + 7% annuo. Non male in un periodo di crisi. Il 12 giugno 2011 avremmo la possibilità di dire no a tutto questo.
Infatti se ci troveremo, da un lato, a dover difendere il nostro bene comune per eccellenza, quella acqua pubblica che costituisce uno  degli ultimo baluardi di quel “welfare state” e che, a prezzo di innumerevoli sacrifici, siamo riusciti a costruire attraverso dure lotte, dall’altro, vincendo  il referendum avremmo la grande chance di imprimere una colpo quasi letale a quella ideologia liberista, che ha caratterizzato gli ultimi vent’anni e che si concretizzata nella di dismissione dei diritti e del patrimonio di tutti noi.

Infatti quest’ultima privatizzazione, legittimata in gran parte dalla smisurata fiducia nella capacità autoregolatrice del mercato,non rappresenterebbe nulla più dell’ultimo tassello di un imponente trasferimento di risorse, dal pubblico al privato, nonché la sconfitta di tutti noi, essendo ormai chiaro che la logica del mercato conduce al predominio di alcuni soggetti (le grandi aziende nazionali e non) su  tutti gli altri (che una volta perso lo status i cittadini ormai altro non sono che semplici consumatori).
Se invece riuscissimo a fermare questo ennesimo furto ai danni della collettività , a raggiungere (finalmente) il quorum, a dire no, coesi e compatti, all’acqua come  fonte di profitti privati, una tale risposta non potrebbe che costituire un primo passo verso la riconquista di quei diritti di cittadinanza, che negli ultimi due secoli eravamo riusciti, poco a poco, a strappare ai poteri forti.
Il 12 giugno cerchiamo di non dimenticarci che si scrive acqua, ma si legge democrazia.

p.s.  se vi va, ascoltate la canzone proprio sopra il pezzo. Ne vale la pena.

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