Nell’era Marchionne pare a tutti un po’ più chiaro il vero volto della globalizzazione: non una formula magica, ma la vera forma spietata e feroce del capitalismo. Così la crisi è da definirsi come qualcosa di fondamentalmente diverso da quello che ci è stato raccontato. Non ha origine dalla finanza, né da un infortunio o un incidente di percorso, magari causato da uno un banchiere centrale o da uno speculatore troppo avido. La crisi è un fenomeno necessario del capitalismo e compare ogniqualvolta vi è una sovrabbondanza di capitale e di merci che non possono essere vendute in quantità tali da giustificarne l’investimento. La distruzione di capitale è il vero scopo della crisi, il fine la riproduzione del capitalismo stesso in ultima istanza, che porta con sé la riduzione delle capacità produttive, rende inoperose fabbriche, concentra la produzione: così avviene il salvataggio del capitalismo. Questo è il vero carattere di ogni crisi. 

Per decenni, nella fattispecie gli ultimi tre, la finanza e la sua espansione hanno permesso la tenuta dei consumi anche se i salari diminuivano, dimostrando che si poteva fare denaro con il denaro, che la produzione di merci poteva anche essere saltata e hanno consentito alle imprese che avevano eccesso di produzione di mantenersi a galla e fare profitti con la speculazione invece che nei settori tradizionali. Nel 2007 questo equilibrio si è rotto e per porvi rimedio si è proceduti a grandi iniezioni di liquidità, il debito privato è diventato debito pubblico, al prezzo di minori prestazioni sociali. Un affare, vero?! E’ noto a tutti che nell’economia globale la sovranità degli stati nazionali è in declino, e che con la compiacenza degli stessi governi nazionali il governo economico si sposta al di là delle frontiere dello stato-nazione. In questo spazio elettronico dove operano, i mercati globali della finanza sono sottratti a qualsiasi forma di controllo o di giurisdizione. Così accade che Marchionne, detentore di interessi privati, quelli di una multinazionale e dei suoi azionisti, detti legge sulle condizioni di lavoro in Italia. Viene da chiedersi per quale motivo l’establishment italiano al completo, dalla destra alla sinistra parlamentare, converga nel definire «modernizzazione» la “dottrina Marchionne” («o così, o si chiude»)? 

Ecco il tanto celebrato decalogo della modernità: 1)smantellamento del Contratto Nazionale, 2) peggioramento delle condizioni di lavoro e 3)della salute con il taglio delle pause per il riposo, 4)la possibilità di inserire turni da 10 ore di lavoro, 5)solo tre giorni di malattia pagati, 6)il salario che aumenta solo in presenza di maggiori straordinari, 7)non più rappresentanti sindacali eletti dai lavoratori (RSU, noi bancari che siamo un’eccezione non sappiamo nemmeno cosa significhi) sostituiti da rappresentanti nominati dalle organizzazioni firmatarie, 8)la possibilità di sanzionare individualmente il lavoratore e le organizzazioni sindacali in caso di non rispetto delle clausole previste (che prefigurano una limitazione del diritto di sciopero), 9)la rappresentanza sindacale che ammette solo sindacati che hanno firmato (non accadeva dalla Carta del lavoro del 1927, sotto il fascismo), 10)astenersi comunisti, iscritti Fiom e perditempo. 

Sergio Marchionne

Tutti unanimi nei giudizi positivi sull’accordo, ma per cosa? Per un investimento per il quale non c’è nessun impegno scritto, una promessa da marinaio come quella che l’accordo separato di Pomigliano, che doveva essere un’eccezione, un caso particolare… Senza contare che la «modernizzazione» al sostegno della quale è scesa in campo tutta la politica main stream oltre ad essere un patto scellerato, lavoro in cambio di dignità e diritti, significa insistere su una produzione inquinante che avrà come esito, insieme a tutte le altre nostre deleterie abitudini consumistiche, la desertificazione del pianeta: come a dire vota sì al referendum e renderai schiavi i tuoi figli, magari pure senza terra. 

Da dove viene tanta fiducia in un uomo che: ”Nel 2006 è stato denunciato dal sindacato svizzero UNIA per l’assunzione illegale di giardinieri italiani pagati un terzo del salario minimo nella sua villa di Blonay”; che - come riportano i più autorevoli giornali di settore - nel 2011 avrà come capital gain sulle sue stock option 120 milioni di euro (più di tutti i salari e gli stipendi di operai e impiegati di Mirafiori in 1 anno), su cui pagherà il un’imposta sostitutiva del 12.5% mentre impiegati e operai pagheranno sul loro reddito e cassa integrazione il 33 e il 25 %; che paga le tasse in Svizzera e compare nel CDA di svariate multinazionali: AD di Fiat, Fiat Automobiles e di Chrysler,  presidente di Fiat Industrial, presidente della European Automobile Manufacturers Association (ACEA), presidente del Consiglio di Amministrazione della Société Générale de Surveillance di Ginevra, vicepresidente del colosso bancario svizzero UBS e consigliere di amministrazione di Philip Morris International”? 

Viene da chiedersi chi ci sia veramente dietro il nostro signor M.? Questa furiosa controrivoluzione neoliberista tesa a cancellare diritti economici e sociali con la sua volontà di depennarli dalla costituzione, questa politica di esclusione dei lavoratori e che vede come unici rappresentati gli attori aziendali, va fermata con nuovi attori e percorsi di mobilitazione. 

Per prima va fermata la strisciante privatizzazione del diritto di dettare legge, una volta di dominio pubblico. È una materia insidiosa, soprattutto quando come ora gli interessi privati vengono spacciati per politiche pubbliche e difesi come il modo migliore di governare il cambiamento. Questo significa che le forze politiche informali, le lotte della Fiom, della società civile, degli studenti devono assumere maggior potere e quindi, si spera, riuscire a entrare e trasformare il sistema politico formale. Proprio in questo senso lo sciopero generale è giusto, come resistenza e come costruzione del cambiamento, perché chi come la Fiom difende i diritti dei lavoratori difende anche la civiltà giuridica e il benessere di questo paese. Se poi guardiamo al passato e vediamo quanto i cambiamenti importanti siano stati generati non da chi deteneva il potere, ma proprio da chi non ne aveva alcuno, allora le stesse condizioni di oggi acquistano nuovi significati. Ma perché si possano realizzare dobbiamo impegnarci, non cadranno dal cielo. 

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