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Chissà cos’hai pensato mentre guardavi in basso dall’oblò dello Sputnik 2, a migliaia di km di altezza da Piazza di Porta San Giovanni. Ti immagino, sai, mentre osservi coi tuoi occhi furbi e curiosi quelle che ti devono essere sembrate tantissime formiche in movimento per le vie di Roma. Sapevi bene che fra quelle centinaia di migliaia di euforiche e determinate formiche c’ero anche io. Forse un po’ anche per questo motivo guardavi con tanto interesse. Eri solo curiosa o piuttosto preoccupata per le parole di Sacconi e Maroni?    

Non saprei come definire la giornata di sabato scorso, dovrei ricorrere a tutta la mia fantasia ed al mio immaginario. Mi vengono in mente certi paragoni… Il viaggio, per esempio, è sempre una cosa speciale e mi fa pensare a Kerouac e a Chatwin; per un evento di poche ore a circa 600km di distanza, ogni volta stiamo gionate in piedi, con gli zaini in spalla, i piedi doloranti e la testa piena di aspettative. E poi le parole dei lavoratori dal palco, dai licenziati per rappresaglia di Melfi, ai precari della ricerca, al giovane del sud, alla danza delle “Cheja Celen”, le Zingare Spericolate, un piacere che mi ha ricordato il gusto del caffé appena uscito dalla moka, caldo, forte, amaro. Poi il video proiettato sul maxischermo con il Gian Maria Volonté de “La classe operaia va in paradiso“. Ci ha commossi e preparati a dovere per il bellissimo monologo di Andrea Rivera, buono come la torta di mele che ha fatto domenica mia mamma o come il ratatouille dell’omonimo film d’animazione. Capisci come? Al suono della sua chitarra e delle sue battute ironiche e apparentemente leggere, siamo stati trasportati là dove ci doveva raccogliere Maurizio Landini, carichi di dignità e di passione civile, spazzando via la stanchezza, la pioggia, i timori mattutini. Vuoi perché siamo emiliani entrambi, io ed il reggiano segretario della Fiom, il suo intervento mi ha portato al palato la forza del brodo di gallina della domenica, che aggiusta lo stomaco rivoltato dalle acrobazie della notte. Il suo brodino ha lenito il dolorante ventre operaio della piazza, devastato dagli anni di soprusi ingoiati.    

Non mi chiedere della fatica di chi ha parlato dopo di lui, di chi doveva tirare le conclusioni della giornata. Non ti dirò nulla. Per pudore. Ho percepito fin dentro al midollo tutta la sua difficoltà, la sua estraneità, l’impossibilità di capire davvero la gente che aveva davanti che chiedeva a gran forza lo sciopero generale. Lo stesso vale per i dirigenti politici che hanno disertato la manifestazione: hanno fatto bene a non venire, impossibile trapiantare un pezzo del “partito di governo solo momentaneamente all’opposizione” nel corpo vivo e vibrante dei lavoratori di Piazza di Porta San Giovanni. Leggi il Campetti di domenica mattina sul Manifesto se vuoi saperne qualcosa di più, altro io non ti dirò.    

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Abbiamo lasciato il prato davanti al palco e la capitale con gli occhi pieni di rosso, di gioia ritrovata, speranza, una prospettiva per il futuro. Sabato 16 ottobre non è stata la solita oceanica conta in cui ci si dice “coraggio compagni, siamo ancora in tanti”, non si è chiesto il “solito tavolo” che poi qualcuno sogna di sbatterci sulla testa. Sbaglia chi dice che la CGIL è accerchiata, che la FIOM è isolata, con CISL, UIL, padroni e governo intenti a colpirle. Chi è stato isolato, accerchiato e colpito in questi anni sono i lavoratori, che soli – loro si – sono andati dai padroni di casa a dire che non potevano pagare l’affitto, oppure ad affrontare il funzionario della finanziaria per dirgli che non potevano pagare la rata della Punto. Loro, si, si sono sentiti profondamente soli. Ora sanno che non lo saranno più, che lo scatto d’orgoglio di Pomigliano non è stato un episodio, che c’è la FIOM, che c’è ancora una CGIL che resiste non soltanto al governo, ma anche ai padroni. Godiamoci questo momento, piccola Laika

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