Il Ministro dello Stato Sociale, Maurizio Sacconi

Non ho mai visto Laika così. Dopo averle propinato la fantasia di volare verso mondi sconosciuti è invece da giorni rintanata nella sua cuccia, con gli occhietti languidi e anche oggi non ha toccato cibo. 

Non possiamo darle torto, l’escalation di attacchi subiti in queste settimane avrebbe tramortito chiunque. Abbiamo sentito la presidente dei trafficanti di rifiuti tossici, Emma Marcegaglia, al meeting di comunione&segregazione, dire che la Fiat a Melfi aveva rispettato la legge e la prassi e che vanno tutelati non solo i diritti dei lavoratori ma anche quelli delle imprese. La platea clerico-affarista di fronte a cotanta carità cristiana dei padroni ha fatto letteralmente schizzare l’applausometro. Dallo stesso palco ha fatto la sua apparizione addirittura il deprecabile maestro Cesare Geronzi per rincarare la dose, chiedendo nuove regole per i contratti di lavoro, magari le stesse che hanno salvato lui dal carcere. 

Erano giorni in cui anche rivoltanti Sacconi di merda potevano spiattellare le proprie verità: ”sono ancora possibili i boicottaggi alla produzione come avveniva negli anni settanta? Sono ancora possibili i picchetti?”. Certo che no ministro, stia tranquillo, i tempi sono cambiati, non si accorge che cammina ancora sulle sue gambe. Sempre da Rimini l’illuminato e sempre illuminante Marchionne anticipava di voler lasciare Federmeccanica e dire addio al contratto nazionale. 

Tre giorni fa, con un leggero ritardo ma tant’è e chissà dopo quali lunghe ed estenuanti dissertazioni ed elucubrazioni sulla giustizia sociale, arriva alla stessa conclusione anche il vertice di Federmeccanica, non certo spinto dall’ad di Fiat, non sia mai, ma a detta loro”a fronte delle minacciate azioni giudiziarie della Fiom sull’applicazione dell’accordo”.  Questa è la nostra brillante classe di imprenditori, non c’è che dire siamo in buone mani. All’appello non potevano mancare i due re magi che portano sempre doni alla Confindustria; Bonanni, che metteva in guardia Marchionne dalla trappola orchestrata dalla Fiom, e Angeletti, a rassicurarlo dei pochi consensi che tanto raccoglieva. Un Melchiorrino e un Baldassarino dei nostri giorni, che avessero potuto avrebbero fatto fuori pure il bambinello, tanto hanno cura dei salari e dei diritti dei poveri cristi che lavorano. Per tralasciare il già citato Tremorti nel precedente pezzo, che considerando un lusso la legge sulla sicurezza sul posto di lavoro merita per acclamazione la palma di uomo di merda del 2010. Solo Napolitano e la Cei provavano a perorare la causa degli operai, il resto era silenzio, cioè colpevole assenso. 

La contestazione di Torino

 Hai ragione Laika, il mio linguaggio è volgare e sferzante, ma mi dispiace non è più tempo di offrire l’altra guancia a schiaffoni e offese. Mi avvicino alla nostra cagnetta, la accarezzo, è affranta ed i suoi sogni, di imbarcarsi su un’astronave che la porti lontano da questo mondo in mano a questa accolita di lacchè dei padroni e padroni senza  scrupoli e ritegno, si sono infranti sul palco della festa del Pd (chiamarla democratica mi è parso un tantino velleitario), come il fumogeno  scagliato dalla figlia di un magistrato di Prato, per impedire un’ulteriore dileggio al mondo del lavoro. La maggioranza Cgil ci ha raccontato per un anno, per tutto il tempo del congresso in pratica, che il conflitto non era praticabile, e che la nostra gente non ci avrebbe seguito. Ieri Epifani ammette che in questo modo Fiat e Confindustria cercano lo scontro, facendo sfoggio di lungimiranza. E ora la nostra gente prova a fare da sola, dopo che ad alzare il livello di conflittualità com’era prevedibile, non è stato il sindacato, ma il padronato ed il governo. Il capitale mostra i suoi muscoli e la reazione di chi dovrebbe difendere la propria terra dall’invasore è scomposta e priva di qualsiasi organizzazione. 

 E pensare che avremmo le potenzialità per produrre imponenti mobilitazioni e persino diventare maggioranza. Invece la sinistra sindacale è accerchiata e quella politica appare parcellizzata e a caccia solo di qualche poltroncina comoda per assettarsi tranquilla alla prossima tornata elettorale, come se nulla fosse accaduto. Proprio da piazza Castello Vendola lo ha sottolineato, con una forza verbale e ideale che devo ammettere  di questi tempi è cosa rara. Ripeto un po’ a braccio: “ ..Non possiamo accontentarci del fatto che ciascuno ambisca soltanto ad occupare un lotto, qualunque lotto o una bandierina, qualunque bandierina… non mi rassegno all’idea che nel discorso di governo del futuro si ritaglino per la parte dei testimoni dell’impossibilità di cambiare la radice delle cose, io voglio cambiare la radice delle cose, dobbiamo sfidarci di più… Tutti siamo chiamati a metterci in gioco cedendo una porzione delle proprie certezze, ad uscire dai propri fortini, dai propri accampamenti… io vengo da una storia quella del partito comunista che mi ha forgiato perché era la storia della mia comunità, della famiglia, di mio padre…fatemi dire quello che dice Reichlin nel suo libro.. noi siamo come Enea che vede la propria città Troia che brucia, che si mette sulle spalle Anchise e che parte e sulle foci del Tevere non costruisce una colonia di Troia, ma costruisce una nuova città, una nuova civiltà che poi sarà Roma.. non possiamo buttare a mare i nostri vecchi e le cose care dei nostri vecchi.. ma dobbiamo sapere che la città nostra è andata in cenere e abbiamo il dovere di riprovarci e rifondare una nuova città qui e ora. Non male per un catto-comunista, ma purtroppo non abbastanza. 

Laika era con me a sentire queste parole, mentre la città di cenere alle nostre spalle ha ancora il sapore mai più provato delle cose passate, perdute, e l’odore dei ricordi, buono e caldo come quello del pane appena sfornato. Un pane forse semplice ma fragrante, pieno di dignità e valore, impastato dalle mani che abbiamo amato, per farci crescere forti e con la schiena dritta. Non resta che farci fornai compagni, in fondo la lotta è il nostro pane.

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